Isolati racconti/Mutuo concorso

Fragili desideri – Stefano Bagnacani

Mutuo concorso – Sezione ISOLATI RACCONTI

vedi il Regolamento di conti

L’ unica differenza era che i poliziotti non avevano le Hogan, ma anche loro il conto non lo pagavano. Che nella penombra dei vicoli le sfumature tra le guardie e i ladri si perdevano parecchio, penombre di  contante, di contante e lenti neomelodici, di lontananze posticce su base midi.

Inizi per caso, fai un favore a  Leo, lui se lo tiene a mente. Ti sei rotto il cazzo, lo capisci che con Chiara non potrà durare per sempre, che per sposare una come lei non bastano gli spicci delle mance, che avrebbe finito per lasciarti, mettersi con un ingegnere che non sapeva scoparla.

La vostra bohème cominciava stancarla, con una femmina come lei devi averci un progetto, non puoi cazzeggiare all’infinito. Soppalchi e divani raccolti in strada sono belli da giovani, ma superati i trenta,  bohemien è solo un francesismo con cui si consolano i falliti.

Inizi perché è facile, perché la coca è rimasta l’unico vero ascensore sociale per i poveri che non sanno giocare a pallone, è l’unica cosa che sposta soldi veri e non spicci di rame.

DoYouwanttoEat. VulevuManger. Algochecomer. Lo trovavi sempre qualche stronzo forestiero  disposto a mangiare pesce surgelato a prezzo irragionevole, certi tedeschi in ciabatte ti facevano i complimenti, a volte ci stringevi la mano e aufidersen. Tutto inizia per caso, come è giusto, con sti due froci della california, che ti chiedono se puoi cercare qualcosa per divertirsi un po’, che sono in cerca di emozioni, loro. Tu di emozioni non te ne intendi, a parte Chiara ovvio che ogni sera quando torni e te la trovi ancora lì,  che ti aspetta dentro quel buco di casa che avete affittato quando ancora non avevi i capelli bianchi. Ogni sera sali le scale, col fiatone, lo sai per certo che un giorno girando la chiave non la troverai più lì. Magari troverai un biglietto di quelli a fiori, con quelle lettere nervose, quelle “o” troppo rotonde, magari con una vostra foto tipo quella in quel tramonto a Erice, dove lei aveva in mano lo zucchero filato e sorrideva, da bimba. Passi da Leo, sta nel retro dell’agenzia di scommesse, sulla parete gli schermi tremolanti del circuito chiuso, e altri più grandi con le corse dei cani, fuma marboro rosse, con Nico e Vincenzo, tu puoi entrare ti conoscono tutti, tu sei il picciotto che sa le lingue, tu sai chi sono loro, anche se non c’è stato bisogno mai che te lo dicessero. Ti guarda interrogativo, gli  spieghi questa cosa, mica ci vuole un’ora, ti fai dare i soldi insieme a quelli del conto dai due tizi. Gliela vendi a 50 euro al grammo, cifra irragionevole pensi, scambi un cinque di quelli con la merce dentro, che ora ti vengono naturali, la prima volta ti ricordi la paura un po’, ma nemmeno tanto. Quei due froci non avrebbero potuto essere mai della squadra mobile.  Porti i soldi dentro, Leo ne vuole solo 50, ti lascia gli altri, comprati le sigarette. Non fumo ci dici.

Compri un vassoio di dolci alla tua bimba e le rose dall’indiano minorenne. Quella sera fate l’amore contenti, sembrate una coppia felice, le dici che dovete fare una vacanza e che lavorate tutti e due troppo, lei non sembra farci caso, cominci a guardare le pagine dei voli. Non mettevi piede sul sito della Rayan air dai tempi che Berlusconi aveva i capelli. Leo da quel giorno, ti bacia pure a te sulle guance, non ti dice nulla, non parlate mai di affari, che di sti tempi, con lo spread a mille manco la mafia assume più a tempo indeterminato, ma un free lance che ci sa fare serve a tutte le aziende, con o senza partita iva.  Cinquanta euro del cazzo, ricominci a guardare il cielo e vederci la libertà, saluti il sole la mattina come una promessa, non come una maledizione, la mattina dopo, ti alzi presto, quel biglietto giallo ti mette una inquietudine strana. Svegli Chiara e rifate l’amore a cucchiaio nelle lenzuola tiepide, che ti prende, ti chiede lei con gli occhi ancora semichiusi, tirandoti a se, piano. Nulla le dici, mi sento un po’ felice, io pure, le porti il caffè a letto che è ancora presto, non ha ancora la maschera da architetto. L’altamarea delle iridi si fa strada sotto le palpebre, le occhiaie dell’amore, quelle donano sempre alle femmine la mattina. Sarebbe bello sentirsi sempre un po’ felici, fa lei, ci proverò le dici, le sussurri che vorresti farlo di nuovo. Monello! Ti fa lei, ma si capisce che andrebbe anche a lei. Ballate un pezzo dei Libertines davanti allo specchio dell’ingresso, Time for Heros, che era la vostra canzone, la canzone di quando avete comprato i mobili, il pezzo di quel pomeriggio che avete trascinato, per quattro isolati, un divano marrone in pelle finta, prima di dipingere le pareti di rosso e di blu, come in un Godard che le era piaciuto, e avevate fatto l’amore sporchi di vernice, did you see the stylish kid at the riot… quando ancora i vent’anni dovevano tracimare nella prosa dei quasi trenta, quando ancora, vedevate commedie francesi in tredici pollici sul mac book pro, avvolti in un panno, prima dell’amore. L’estate era ancora lontana sì ma a Palermo è sempre maggio quando in tasca un po’ di cash e in casa una femmina la cui pelle profuma di buono.

Stefano Bagnacani è nato a Reggio nell’Emilia nel 1981. Vive a Palermo.

Suo è “Emilianoica”, pubblicato nel 2006 da Cabila Edizioni.

Con “Jameson all’alba” è anche in “Io sono gli altri. Microstorie di incontri.”, Navarra Editore, 2010

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