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Amator. 1979. K.Kieslowski

 

di Mathia Pagani

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1979, notte. Impiegato polacco mangia pane in cucina e moglie stare male dopo avere sognato corvo che stacca penne a pulcino. Moglie partorire. Impiegato polacco avere comprato telecamera. Gli essere costata due stipendi. Moglie incazza. Ma nascere figlia. E impiegato polacco volere riprendere con telecamera figlia che cresce. Moglie accetta. Capo di azienda chiede impiegato di fare film di ricevimento azienda. Impiegato polacco è l’unico ad avere telecamera. Impiegato polacco accetta. Film bello. Film partecipa festival. Vince premio. Impiegato polacco monta testa. Impiegato polacco filma tutto quello che si muovere: piccioni, bambini che giocare, operai che lavorare, vita di disabile, abusi edilizi e politici che andare gabinetto. Impiegato polacco mettere in testa di cercare verità con film. Impiegato polacco essere lasciato da moglie con figlia. Ma impiegato polacco testardo. Impiegato polacco fa reportage. Diventare famoso. Reportage fa incazzare capo azienda. Capo azienda licenzia responsabile consiglio di fabbrica, amico di impiegato. Impiegato polacco dispiacere. Svegliare una mattina e decidere di cambiare verso di telecamera. Telecamera riprendere impiegato polacco. Impiegato polacco raccontare: “1979, notte. Mangiare pane in cucina e moglie stare male dopo avere sognato corvo che stacca penne a pulcino …”

Diciamolo subito. Non ce n’è mai fragato un cazzo dei film di Kieslowski. Si è provato a vedere il Decalogo ma al Non avrai altro dio all’infuori di me si è preferito spegnere. Con la Trilogia dei colori poi si è imparato quelle tre frasi buone a fare effetto su di lei che studia lettere mentre te lavori per mantenerti. Ma oggi all’Oberdan davano questo film d’eccezione, mai doppiato in italiano, che viaggia con i sottotitoli, da cinema d’essai a cinema d’essai. Che poi, dice il Dottor Chitarrella, i cinema d’essai non esistono più. L’Oberdan ad esempio s’è trasformato in galleria d’arte. L’Orchidea o il De Amicis sono un ricordo dei vecchi. Il Casoretto, d’essai per qualche anno, è tornato a essere la parete di un oratorio. Così va. L’unico cinema d’essai che sia rimasto tale è il cinema porno qui in via Padova, l’Ambra, all’angolo con la chiesa evangelica. Tutti lo conoscono, per le luci al neon e per la scritta: Gesù Cristo è il signore, giusto di fianco, messa per sbaglio un po’ troppo vicina. Ma sia.

Il film che davano oggi all’Oberdan ha un titolo italiano che fa schifo al cazzo: “Il cineamatore”. In polacco suona meglio, via: “Amator”. Che significa: amatore, appassionato, ma anche dilettante. Un tot diverso.

La storia s’è già all’infinito detta, non ci ripetiamo. Vogliamo qui solo fermarci su tre, anzi quattro scene, che corrispondono a tre, anzi quattro questioni. Che poniamo solo. A voi le conclusioni.

Prima scena. Lui, Filip, parte per il festival, c’è la premiazione. La moglie, con bimba in braccio, dalla banchina, mentre lui saluta dal finestrino, gli urla: “Non vincere!” Lui non intende, abbassa il finestrino, ma ormai è troppo tardi.

Seconda scena: Zanussi, ragista affermato, nel fim come nella realtà, incontra il pubblico. Qualcuno gli domanda se si riferisca a un modello nella sua ricerca o tutto non sia invece affidato al caso. Zanussi risponde: certo, io cerco sempre un modello. Ma è proprio il fatto di non trovarlo che mi permette di spostare ogni volta il confine con la perfezione, unico motivo per cui continuo a ricercarla. Parole mie, a memoria, ma il senso è quello.

Terza scena: il capo dell’azienda intima a Filip di tagliare alcune scene del film sul ricevimento: quelle in cui compare l’uomo con gli occhiali, i piccioni, i politici che vanno al cesso e il momento in cui i musicisti ricevono la paga. “ Mi faccia tenere il momento della paga almeno”. “No”, risponde il capo, “piuttosto tenga i piccioni”.

Quarta scena: la scena finale. Filip ha appena parlato con Osuch, l’amico del Consiglio di fabbrica, responsabile delle attività culturali, che è stato licenziato per colpa sua. Osuch gli ha appena detto di continuare a fare film, di non fermarsi. Proprio lui, che poco tempo prima si era detto preoccupato: devi smettere di fare cinema. Hai trent’anni. L’età che aveva un mio cognato quando ha cominciato a credere in dio. Poi è finita male. “Perché?” chiede Filip. “Perché poi s’è fatto prete.” Stacco. È mattina. Suonano alla porta. Filip si alza, spera che sia la moglie, che abbia deciso di tornare da lui con la figlia. Apre la porta. È quello del latte: “non ha lasciato fuori il vetro!” Filip lo va a prendere, anzi svuota la bottiglia di latte non bevuto e gliela consegna. Chiude la porta. Prende la telecamera. La aziona. La punta verso la finestra, ma poi la rigira tra le mani (è il frame che ho disegnato in apertura) e se la punta addosso, come una pistola: sembra un suicidio.  E comincia a raccontare: “1979, notte. Mangiare pane in cucina e moglie stare male dopo avere sognato falco che stacca penne a pulcino …”

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Per chi volesse vederlo senza aspettare Ghezzi:

qui ci sono i sottotitoli

qui sotto il film (in polacco) diviso in 10 parti

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