Recensioni/Recensioni Film

E ora dove andiamo? 2011. Nadine Labaki

di Mathia Pagani

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Libano. 2011. Nadine Labaki gira il suo secondo film. Dopo il successo di Caramel difficile che riesca a tenere botta. E invece il film viene presentato a Cannes, vince a Toronto, al Doha Tribeca Film Festival, e anche al Sundance. Non passa invece agli Oscar come miglior film straniero, notizia di pochi giorni fa. Ma poco importa. Perché Et maintenant on va où? è nel frattempo diventato icona di un certo cinema al femminile, in patria come all’estero, tutto intorno al globo. E questo non è per forza un bene. Film sulla guerra, sulle donne, sulla religione: già lo si è ridotto a tre o quattro parole, a tre o quattro stelline, a una scelta fra le tante nella programmazione dei cinema la domenica.

No, non è un film sulle donne, né sulla guerra, né sulla religione. È piuttosto un film sui confini: tra una religione e l’altra, tra un’etnia e l’altra, tra un villaggio e il resto, tra i morti e i vivi, tra la realtà e la sua rappresentazione, in differita. Tra il tragico e l’ironico.

Ma è anche sconveniente e aspro, perché in molti punti violenta il divino. Ed è divertente q.b., come il sale. Ci parla di donne ferme, goliardiche, senza scrupoli: donne in grado di sparare al figlio pur di non vederlo morto. E di drogare i mariti o farli scopare con spogliarelliste dell’est, pur di non farli scannare a vicenda.

È il film che ha girato una donna nella sua metamorfosi in madre. Nadine Labaki, intervistata, parla spesso del figlio. A lui lo dedica. E nella fiaba del villaggio isolato dal resto del mondo è proprio forse lui il villaggio. E il ponte, fragile lingua di roccia gettata fra una sponda e l’altra di un baratro, assomiglia tanto a un cordone ombelicale. Da qui passa l’antenna per il televisore che porta i fatti di fuori nella piazza del villaggio. Da qui passa la motoretta scassata con il cibo e i giornali. E da qui passerà anche la morte. In un giro al contrario del ciclo della vita. Che farà piangere la madre, anzi le madri, di un pianto cosmico. Sono madri che uniscono dove l’uomo divide. Le stesse che nascondono le armi mentre l’uomo si picchia e cospira per questioni da oratorio, rincoglionito e cieco. A sommare sangue al sangue e a dividere il camposanto in due, cristiani di qua musulmani di là. Ma scambiamoci d’abito, io metto il burqa tu il crocefisso al collo. Dove lo seppelliamo nostro figlio?

Ma dove riesce la sensibilità di Nadine Labaki, fallisce invece il giudizio dei più. Di chi cioè riesce ad apprezzarlo solo facendolo scivolare nel terreno della soap opera, dove fra risolini e oh di spavento la donna alla fine compatisce e assolve l’uomo, crudele senza saperlo. Di chi riesce ad apprezzarlo solo perchè parla di conflitti religiosi in un modo alla fine digeribile, con leggerezza e ironia. . Di chi riesce ad apprezzarlo solo perchè intreccia all’intreccio anche la storia di un amore non detto fra lei cristiana e musulmano lui. Si parla tanto di integrazione no?

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Qui sotto la bellissima scena iniziale (musica di Khaled Mouzanar, marito di N.Labaki)

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