racconti

Time to pretend – di Stefano Bagnacani

di Stefano Bagnacani

illustrazioni Il Fumetto Uccide

.

Quando facevi qualche mancia le compravi dei dolcetti, salivi senza suonare, la trovavi ancora alzata nella luce tetra del macbook, a finire certi render, le iridi color alta marea, degradate dalla stanchezza. Cercavi di sorridere, dirle che era bella. Che ce l’avreste fatta a fare una vita diversa, di quelle vite come al cinema. Con la lavatrice, il telefono, i bimbi e i biscotti mulino bianco. Ma non eri sincero a crederci.

Ti dava un bacio lungo che sapeva di drum. Fuori era notte.  Dai aspetta, diceva. Doveva finire il lavoro.

Mettevi un pezzo di Miles e fissavi il silenzio lugubre delle case senza riscaldamento.

Sarebbe stato provvisorio, come per tutti. Vivere di merda per un po’ e poi staccare l’ombra da terra, cambiare casa, cambiare città, cambiare sogni. Ma ormai era quasi due anni che eravate in quella stanza con soppalco, nel vostro sogno di bambini adulti, col porto in lontananza e le sedie tutte diverse. L’etichetta per il campanello l’aveva decorata lei. Claire e Stéphane.

La nostra vita sembrava un film in bianco e nero di quelli che falliscono al botteghino ma girano sui portatili degli studenti di lettere in dvx pirata.

E non mi pagano. Sbuffava, dopo avere finito l’ennesimo render in notturna. Saliva gli scalini indolenti del soppalco, si sdraiava placida, nel vostro lettone Ikea. Le baciavi piano le labbra di Colgate, e facevate l’amore senza ansie con la calma placida di chi se l’è meritato. Che continuare a scopare nonostante lo spread la crisi il governo tecnico la guerra in Iraq la fame in Africa l’inflazione l’iva l’irap e l’irpef, il contante a nero i co co pro, la politica l’antipolitica, il berlusconismo, il postberlusconismo, il comunismo, il postcomunismo, il papa i gay le casalinghe disperate, la vita la morte, la x.

Boh, in quei minuti di penombra certi gemiti, educati, incocciavano sottofondi  mp3 pirata, più onnipotenti della Goldmans Sachs, più liberi di un fondo sovrano, più alti di un debito pubblico.

Si scopava perché se non ci fosse stato l’amore, le sue unghie sulla schiena, le caviglie contro i tuoi fianchi, sarebbero rimaste solo quattro pareti troppo bianche, futuri grigi e banconote rosse. E non era abbastanza, perché da piccoli sognavate di Dylan, di treni a vapore, di sogni in tasca e di praterie.

Poi bisognava svegliarsi, con la luce del giorno, anche se la luce era quella di Palermo, e il cielo che entra dalle finestre è quello più azzurro del mondo. Si vedeva tanto la polvere, si vedevano tanto le crepe nell’intonaco, che lei diceva che erano sorrisi, ma solo il primo periodo.

Solo la notte essere poveri è romantico, la luce cruda del giorno non è abituata a mentire.

Il fischio della moca, lei che mette musica troppo alta, mentre si trucca la faccia. Avevi letto in qualche libro sbagliato che i baci prima del caffè sono l’indicatore per capire se un rapporto sta andando a puttane o no. Che quando si smette di baciarsi la mattina, appena svegli, là sul cuscino, nelle lenzuola tiepide della notte, la stai perdendo per sempre. Ti diceva che si rovinava il trucco quando davanti allo specchio le cercavi le labbra da giovane tesista che tanto ti piacevano.

Servivano soldi, non un lavoro. Un lavoro non vuole dire soldi, anzi a Palermo chi lavora ne ha meno di tutti. Servivano soldi, e servivano in fretta. L’amore non è gratis. Le tipe come Chiara hanno occhi troppo chiari e culi troppo piccoli per uno da meno di mille euro. Le tipe come Chiara prima o poi hanno voglia di vedere Parigi, o Berlino, o addirittura qualche posto dove easyJet e Rayan Air manco volano.

Erano pensieri che rendevano velenosa la luce della mattina quando lei era uscita, e tu lavoravi alla traduzioni dall’inglese cinque euro a cartella, da cottimista del portatile, perché cazzo, tu facevi due lavori per uno stipendio da part time, e ti eri rotto il cazzo. Perché da troppo tempo mangiavi solo biscotti in offerta, e il caffè di robusta nella moca non faceva la schiuma, ma l’arabica erano tre euro in più.

Meglio berci un pastis alla taverna.

Chiara non te l’aveva detto, perché lo sapeva che già ti stavano venendo i capelli bianchi coi pensieri della vita normale, anche se non le dispiaceva, convinta com’era che il grigio in testa ti stesse benissimo. Chiara non te l’aveva detto perché il ciclo, è regolare solo nell’utero delle donne ricche, il ciclo di una con un contratto a progetto, viene quando vuole lui, ritardi ce ne erano già stati, ma, finora, e se la vita era una malattia sessualmente trasmissibile lei si era sempre salvata. Tu impossibile che ti accorgi se lei è nervosa, se lei è strana,  troppo occupato a contare le mance, era arrivata una bolletta delle luce da centocinquanta euro. Un paio di sere non avevate fatto l’amore, ma anche tu eri stanchissimo, si finiva sempre più tardi in quel posto, dovevi sempre aspettare il proprietario e le sue troie obese finissero di ubriacarsi e di giocare a carte per andare a casa. Però ti aveva aspettato sveglia, e le avevi fatto la camomilla, quella Millefiori, che non era in offerta, perché sapevi che lei la adorava, la notte tardi, che aveva sempre freddo, e non potendosi permettere il gas, la camomilla e le carezze erano gli unici modi di scaldarvi che potevate permettervi. Tu mi ami vero? Ti aveva chiesto a bruciapelo, alzando gli occhi dalla tazza che teneva con tutte e due la manine per farle diventare meno fredde. Forse avresti dovuto capirlo da quella domanda lì, che c’era qualcosa di grave. Certo. Ti eri limitato a rispondere.  Forse si aspettava una risposta meno blanda. Qualcosa di più convinto avrebbe voluto, ma tu eri solo un cameriere al nero, i tuoi slanci migliori li tenevi per far sedere tedeschi ciccioni e convincerli a bere vino del discount a venti euro a bottiglia. Poi si era seduta sulle tue ginocchia, e si era messa a guardare fuori. Tu avevi iniziato a baciarle la nuca, che sapeva di Johnson e Johnson. Tu te le eri immaginata così la vita? Da grande dico.
Boh. Le avevi risposto. Il futuro non è ora. Arriverà tra un po’.
Ma forse sarò troppo vecchia per il futuro tra un po’.
Provasti con un massaggino dei tuoi, ad allentare un po’ la malinconia, che le sentivi gonfiarsi dentro.
Io sono vecchia Stefano. Sono vecchia. Tra un po’ avrò trent’anni.  Quando arriva il futuro?
Che si deve rispondere a una donna graziosa quando ti fa una domanda difficile?
Non va così male, poi abbiamo il nostro letto svedese, con coperte svedesi, lenzuola svedesi, e copriletto svedese, per dormire siamo a posto. E poi tu non sei vecchia, sei una post liceale. Graziosa.
Solo graziosa?
Molto graziosa.
Solo molto graziosa.
La più graziosa di tutte.
Avevate fatto l’amore, nel vostro angolo di Svezia a buon mercato.
Ma lei non riusciva a dormire, te ne saresti dovuto accorgere ma tu eri a pezzi, il tavolo dei 14 polacchi ubriachi ti aveva fatto impazzire, che poi come facevano dei polacchi ciccioni ad avere tutti questi soldi per viaggiare, come fa un polacco ciccione a essere più ricco di te, un tempo i polacchi mica viaggiavano in giro  a fare i fighi, morivano di fame, e di freddo in mezzo al niente. Boh, ora chiunque, anche un polacco ciccione con la scusa dell’ Europa unita poteva venire in Italia, e pretendere che la carbonara fosse al dente.
Non sono vecchia Stefano? Ti avevo chiesto ancora, prima che tu ti arrendessi alla fatica di un altro giorno magro. Sei la mia bambina, le avevi risposto. Un sassofono blaterava in sottofondo, ti si era aggrappata forte, come se volesse soffocarti. Tu eri stanchissimo, chissà cosa avrebbe voluto che facessi, o che dicessi.
Non le era mai capitato, era una molto pratica lei, anche prima di architettura, pratica a funzionale, aveva iniziato a prendere la pillola al liceo, anche se era un veleno, anche se in paese civile non dovrebbero permettere alle donne di avvelenarsi, anche se faceva venire la cellulite, anche se delle volte quando la prendeva si sentiva giù di morale, e le si velavano di grigio, i pensieri e il cuore. Ma lei aveva tutta la vita davanti per farli sti figli, c’era futuro tutto intero da vivere,  mica il domani è oggi, e quindi giù  bombe chimiche,  le appesantivano il culo e le inquinavano il sangue con precisione scientifica, così, se capitava, nelle sere d’estate al paese, beh quando si faceva accompagnare a casa da quelli più grandi, dopo la disco poteva capitare di sdraiarsi sul sedile di dietro, e che c’era di male, c’era il veleno approvato dal medico, a proteggerla dalla malattia della vita, ad evitare il contagio.
Poi un giorno si era semplicemente rotta il cazzo, ti aveva detto che aveva smesso, e basta. Te l’aveva detto così semplicemente, tu già pensavi che i preservativi costavano troppo assai, e già calcolavi l’impatto di questa spesa farmaceutica aggiuntiva sulle tue magre entrate. Nulla le avevi detto, nemmeno che a te la cellulite piaceva. Ma tu per amore avevi accettato di mettere tra a te e lei un muro di gomma, per non contagiarla con la vita. Ormai era due anni che ti accollavi la spesa, li facevi arrivare via internet  risparmiavi quasi il venti per cento. Un oceano di gomma, e d’amore.
Di solito si manda l’amica a comprare il test di gravidanza, e di solito in una farmacia lontana almeno dieci chilometri dal quartiere dove abiti, Chiara c’era andata di persona, ma aveva   detto che era per un’amica,  la farmacista dovrebbe esserci abituata, nessuna dice mai che è per lei, i test di gravidanza che vendeva erano sempre, per qualcun’altra.  Era andata in quella di quartiere, perché lei era pratica e funzionale, però la mattina presto, appena aperto, negli orari che c’era meno gente, che non le andava in ogni caso di farsi sentire  da una delle vecchie del palazzo che tanto pensavano già che ogni studentesse, a prescindere sia una specie di troia, solo con un nome un po’ più dignitoso.  Per rendere più credibile la sua finta, comprò pure delle compresse per la tosse, e per tutto il tempo dentro la farmacia si sforzò di tossire,  compresse per la tosse per me, chiese, e un test di gravidanza, per la mia coinquilina, si premurò di specificare. Fissò la farmacista, curiosa aspettandosi di cogliere sul suo viso qualche reazione particolare, ma quella si limitò a chiederle se volesse un sacchetto. Pagò e andò al lavoro, sì quello in cui non la pagavano. Non era una ragazza emotiva, riuscì ad aspettare la pausa pranzo, lavorò (gratis) tutta la mattina, concentrarsi sui numeri, i calcoli esatti la rilassavano, il fatto che tutto, nel suo lavoro fosse così misurabile, senza imprevisti. Fece la pipì sul bastoncino, nel bagno dell’ufficio, c’era il sapone per le mani, era più pulito che a casa nostra,  lo fece per la salute di nostro figlio. Lesse le istruzioni con attenzione analitica, ma erano semplici tarate su donne senza istruzione, senza titolo di studio, senza professionalità, c’erano le istruzioni in sei lingue, compreso l’arabo, e Chiara si immaginò tutte queste donne col cuore a mille chinate in qualche cesso a pisciare su un bastoncino, ma queste differenze si annullano, una donna che piscia sul bastoncino è uguale in tutto il mondo, ha la stessa para, la stessa solitudine, la stessa angoscia, e da qualche parte uno stronzo a cui non ha paura di dirlo. Non aveva preso di quelli nuovi elettronici, con schermo a cristalli liquidi, che ti dicono anche a che giorno sei,  noi si risparmiava anche su quello, la nostra vita di stenti nel terzo millennio, ci aveva insegnato a scegliere, sempre il modello più economico di tutto, (come Steve Jobs fosse riuscito a convincerci a pagare i suoi computer portatili quasi il doppio, non lo sapremo forse mai, una vita di stenti e di MacBook, la nostra, MacStenti, se vi piace di più).
In quello che aveva comprato lei, risparmiando 7 euro e venti, dovevano uscire i colori, tipo cartina tornasole, per capirci, un metodo forse arcaico, ma che aveva funzionato per migliaia di altre donne nella merda, nei decenni precedenti, quando ancora non c’erano le App per tutto, forse l’Iphone avrebbe ucciso anche i tests di gravidanza tra qualche anno, come uccide tutto il resto, si sarebbe l’applicazione, come qualsiasi altra cose, le donne avrebbero pisciato sullo schermo touch screen e magari avrebbero avuto diritto a una promozione sui prodotti Apple per la prima infanzia. Se ne aspettò seduta sul cesso chiuso, ad aspettare il disgregarsi di quei minuti infiniti. Ad ascoltare il silenzio della pausa pranzo in ufficio, qualcuno entrò per lavarsi le mani, e poi tutto tacque, e restò lì 5 minuti esatti come c’era scritto sulle istruzioni, forse mi ha pensato, a me avrebbe fatto piacere, non avrò mai il coraggio di chiederlo, diventerei un po’ rosso e lei pure.  Se il test esce negativo nessuna lo mette in dubbio, si limita  a un giga sospiro, un sorriso che sa più di scampato pericolo che di felicità, perché in mondo un po’ meno stronzo del nostro, in un mondo senza commissari, senza Goldaman Sachs, e senza debiti pubblici astronomici, una donna sui trent’anni, dagli occhi di altamarea, che sa progettare un grattacielo dalle fondamenta al tetto beh, dovrebbe solo essere felice, di essere stata contagiata dalla vita, donne come lei erano nate, per diffondere il contagio. Una donna graziosa che si affaccia sui trent’anni,  in un mondo un po’ meno stronzo di quello in cui ci hanno vomitato a noi, dovrebbe solo essere contenta se la carta del test si colora di blu. Lei che era pratica e funzionale, che amava la razionalità dei numeri, uscì e ne comprò un altro, alla comunale vicino alla stazione, che era sempre aperta, stavolta era più in ansia, non si ricordò neppure di dire che non era per lei, nonostante ci fosse gente in fila, e tutti potessero sentirla, fissava il vuoto, e si sentiva strana, lei che non tremava mai, nemmeno quando le baciavo la schiena nel buio, certe notti che ero meno stanco. Ne prese uno di una marca diversa: mi dia il più caro disse, pagò con la carta, coi soldi per le emergenze che le passava la madre. Costava un botto, per un attimo temette di non sentire il crepitare amico dello scontrino che suggella la transazione eseguita, per un attimo temette di restare là, con in mano un test di gravidanza in una stanza piena di gente, e una carta di credito che bloccata. Ma non successe, lo scontrino uscì vispo, con allegria, in doppia copia. Entrò nel primo bar che incontrò non poteva aspettare di tornare in ufficio. Non era un bel bar, non prese nulla, chiese subito per il bagno, non era pulito come quello dell’ufficio, forse era più sporco di quello di casa nostra, le venne un po’ da piangere forse. Con quello nuovo, i tempi di attesa erano ridotti, a questo serve la tecnologia, a ottimizzare i tempi, non più cinque minuti di para, solo due.  Tre minuti mendo dieci euro in più, tecnologia non cambia i risultati, la cartina blu, e le due lineette a cristalli liquidi vogliono dire la stessa cosa, anche se uno costa il doppio. Quando una donna scopre di avere il contagio, come prima cosa deve trovare qualcuno da chiamare al telefono, qualcuno a cui dirlo, la rubrica del Nokia si restringe di parecchio, e in ogni caso i primo numero che si esclude è quello del lui responsabile.  E dire che avevi pure la Wind, ti avrebbe potuto chiamare senza spendere, l’avevate fatta apposta la sim della Wind, voi due per avere minuti per parlare di tutto, almeno tra voi senza la para del credito esaurito. La scelta cadde su Rita, una sua ex compagna di liceo lesbica, forse Chiara pensava che in quando lesbica avrebbe reagito con meno isterismi, meno paranoie post-cattoliche, meno rotture di minchia. Si sbagliava alla grande. Cercò di rompere il ghiaccio parlando del più e del meno, non la sentiva da almeno una settimana, poi, dopo avere parlato del tempo, dell’università, del lavoro, gliela buttò lì, senza preavviso, Beh, comunque mi sa che sono incinta. Rita rispose con la classica domanda, che fanno tutti, quando una femmina annuncia di essere incinta, MA SEI SICURA? Come se una, prima di dirlo, prima di farlo sapere al mondo, non ci avesse guardato bene, come se fosse scema. Certo che sono sicura, mica ti chiamavo, ho speso trenta euro per fare il test, mica si può sbagliare una roba da trenta euro! E il padre chi è? Sei sicura che è Stefano? Per chi mi hai preso scusa, certo che sono sicura. Oh io ho chiesto mica le so ste cose io. Si era già rotta il cazzo, non sarebbe servito a nulla parlare con nessuno, per un attimo avrebbe voluto avere una madre, meno cattolica, meno terrona, meno tradizionale, per potere parlare con lei, e giurò che quando sarebbe stata madre, tra molti anni, certo non ora, non con quei soldi, non con me, non con lo spread così alto, sarebbe stata una madre molto più aperta, molto meno terrona, molto meno cattolica, molto meno tradizionale, della sua. Poi sentì Rita, dentro il Nokia, che le diceva, Se vuoi ti accompagno. Ma dove? Ti accompagno, dove? E come dove? Non vorrai dirmi che stai pensando di tenerlo? Boh, voglio pensare, non ti sembra? Pensare. Prova a dire all’architetto che sei incinta, troverà altre sette laureate non incinte da far lavorare gratis al tuo posto.   Chiara capì subito che aveva fatto una minchiata, che in questi momenti quando il test di gravidanza è positivo, non c’è nessuno al mondo che possa darti un consiglio utile. Che una donna con il test di gravidanza che vede le due righine illuminarsi nel display, è l’essere umano più solo del mondo.    Chiuse la chiamata e spense il telefono. Aveva bisogno di riflettere pensò, anche se poi, si chiese se aveva almeno davanti una scelta, entrò alla gs, a Piazza Marina, era una cosa che non aveva mai fatto, entrò in un supermercato e si mise a guardare i pannolini. Il prezzo dei pannolini è il vero fattore di freno alla crescita demografica di un paese, è la cosa che frena qualsiasi persona sana di mente, dal mettere al mondo un’altra vita, in questo pianeta già sovraffollato, e privo di risorse. C’erano c’erano quelli natura allegra, completamente biodegradabili, con addirittura una parte che si poteva gettare nell’umido e non nella plastica, 17 euro e cinquanta, erano i pannolini per i primi giorni c’era scritto, Chiara da mente pratica e funzionale, pensò che se per i primi giorni ci volevano diciassette euro e cinquanta chissà per i giorni dopo. Pensò che forse si poteva risparmiare sull’ ecologia, lasciarsi alle spalle i discorsi da disoccupati single, sulla salvezza dal pianeta, l’ecologia era una cosa per ricchi senza figli, lei era una povera incinta, sarebbe andata meglio con gli Ultrapumpers, new Baby, non faceva menzione di materiali biodegradabili sarebbero rimasti sulla terra per almeno duemila anni, ma erano a undici euro, pur sempre una cifra che non aveva. Poi c’erano gli Huggies, 9 euro e ottanta, chissà perché costavano di meno, magari irritavano la pelle un casino oppure erano tossici, oppure erano cancerogeni, mica poteva mettere a suo figlio (o forse sarebbe uscita una bambina, Ester le piaceva come nome), della roba così scadente a contatto con la pelle. Se no ci si poteva orientare su quelli lavabili, ma bisognava avere voglia di lavarli, poi con cosa si lavavano? E uscivano veramente puliti, come fai a lavare dei pannolini è impossibile che non restino un po’ sporchi, boh tutta propaganda ambientalista, poi quelli lavabili costavano tantissimo, dieci pannolini Mammaecologica costavano cento euro, chissà se si potevano prendere a rate, bisognava sentire alla cassa, oppure prenderne non un pacco intero, ma magari due o tre, intanto. E’ strano un sacco di gente morirà senza sapere nemmeno quanto costa un pacco di pannolini, e senza sapere che ce ne sono di diverse marche, alcuni pure lavabili, uno che non ha figli mica si ferma nel reparto pannolini quando entra al supermercato, ma prima si comprò una tavoletta di cioccolato al latte Novi, era in offerta, uno e dieci invece di uno e trenta.   Telefonò in ufficio, e disse che era ammalata, che non poteva rientrare per il pomeriggio.
Quando tornò nella casa fredda io ero già uscito, ero già posizionato nel vicolo,  con in mano il mio menù plastificato a convincere ciccioni  a sedersi, vulevumage, pizzapastagood. La sera non avevo fatto mance, quando tornai, non avevo preso dolci, la bolletta della luce, scadeva a breve.
 Se aveva pianto, lo nascondeva bene. Aveva messo il disco di Russian Red, il disco dell’erasmus, ancora incrostato di ricordi sivigliani di sogni e d’amori, forse.  C’era una canzone che sentivamo insieme, le prime volte che ci si vedeva in quelle prime fasi tenere dell’amore di coppia, quando l’altro è un continente inesplorato e nuovo nuovo, una geografia di carne e pensieri da scoprire e respirare, con le mani e con le labbra, in quei primi nostri incontri alla via Filiciuzza, in quella casa di studenti in cui nessuno studiava, quando si doveva faceva l’amore nel mezzo letto, solo le sere in cui quel cretino  compagno di stanza andava in palestra. Quel cd graffiato, (le piacevano i cd originali, come alle ragazze dello scorso millennio, a lei), le ricordava la Spagna, quando da post-ventenne libera e indipendente si era lanciata oltre i Pierenei, a diventare grande.  Non ti è mai piaciuta quella canzone, Loving Strangers, eri  sempre stato convinto e forse lo sei ancora, che le ricordasse qualcun altro, più alto più magro, e più sveglio di te. Davanti alla camomilla della buonanotte, che non teneva dal manico,   mi chiese Ma tu non mi lascerai mai? Un altro poteva capire cose da ste domande qui, ma io nelle donne ci ho sempre capito poco, e poi dopo tutta quella pasta, dopo tutte quelle bistecche e quei contorni, un uomo mica è così perspicace. Come faccio lasciarti prima mi devi ancora i dieci euro della spesa. I maschi stupidi scherzano nei momenti sbagliati, con un umorismo poco divertente tipo Beppe Grillo da quando si è messo a fare politica. Si mise a fare quelle domande stupide, tu come ti vedi fra dieci anni? Saremo ancora assieme? Ma tu mi ami? Quel genere di domande che uno dopo aver servito ciccioni tedeschi per sette ore non ha tanta voglia di sentire, davvero, ci vuole un po’ di pietà. E dai vieni a letto amore, riuscisti solo a dire. Lo so già che tanto un giorno tu te ne andrai con una qualche turista americana. No,  ti venne da dire, io le turiste me lo scopo e basta. Ci sono momenti in cui le femmine vogliono essere prese sul serio, momenti in cui, vorrebbero scoprire di avere di fianco un uomo, non un idiota, e in quei momenti dicevi, sempre, la cosa sbagliata. Si mise ad aprire gli sportelli prese dei piatti e delle altre cose, e si mise a sbattere tutto per terra piangendo, fastidiose gridolina isteriche. Tanto io lo so che te le scopi, le turiste e anche le altre, mentre io  sono qui che lavoro come una pazza, mentre pulisco la casa, mentre cucino, io l’ho sempre saputo. Avevi provato a calmarla, se non altro per salvare le stoviglie quei piatti ikea da tre euro l’uno, dai rumori che avevi sentito come minimo erano nove euro di danno, più i bicchieri se si era rotto il calice erano 5 euro solo di quello.  Le tue battute di merda ti stavano costando care, pensavi, scendendo da quel soppalco, provasti ad abbracciarla. Vai via, disse lei tremando, e puntandoti contro un pezzo di piatto, appuntito. Tu avevi già una vita abbastanza pesante, non ti andava di perdere il sonno, a quel punto l’unica cosa che potevi fare era cercare di dirle che scherzavi, che era tutta una finta, primo perché le turiste non ti volevano, secondo perché l’amavi, quella donna con gli occhi color altamarea, che poteva progettare i grattacieli e le lampade, che amavi le sue occhiaie, amavi le sue doppie punte, la sua pelle trascurata, il suo umorismo quasi inesistente, la sua razionalità ottusa, il suo modo di guardarti nella penombra, il suo modo di prendere la tazza con due mani, i suoi piedi freddi. Ma queste cose non gliele dissi. Non gli dissi niente. Vuoi che me ne vada le dissi, invece.
Si voglio che te ne vada da una di quelle tue turiste del cazzo, che te ne vai con lei, per sempre anche, io non me ne vado amore io sono già a letto, sono a pezzi, non possiamo parlarne domani, o dopodomani, o mai, che è ancora meglio? No, io voglio parlarne ora, fece con quella sua voce piagnucolosa che le usciva a volte. Io ora esco ti disse, e esci che fa? Magari quando torni, compra i cornetti ok? Vaffanculo. E uscì davvero. Non c’era più quando ti eri svegliato, non eri abituato al letto vuoto, di fianco a te, c’è qualcosa di più triste di un letto svedese vuoto la mattina in una casa senza riscaldamento? Era finito anche il caffè Cristo.

.

Stefano Bagnacani è nato a Reggio nell’Emilia nel 1981. Vive a Palermo.

Suo è “Emilianoica”, pubblicato nel 2006 da Cabila Edizioni.

Con “Jameson all’alba” è anche in “Io sono gli altri. Microstorie di incontri.”, Navarra Editore, 2010

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...